Il Signore degli Anelli – La compagnia dell’anello *Perché un Trilogy è per sempre*

Gli inizi. Tragedia delle tragedie di ogni aspirante-qualsiasi-cosa. Come inizio? Cosa faccio? Domande brutali che prima o poi tutti ci poniamo. Forse se le pongono anche i grandi scrittori o, nel nostro caso, i grandi registri e sceneggiatori. Sta di fatto che ora io sono qui a chiedermi come presentarmi a voi, ciurma everpop di everpop. E allora ho pensato: “quale modo migliore di iniziare di una bella recensionona sulla trilogia Jacksoniana de Il Signore degli Anelli?

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La dividiamo in tre puntate così da renderla almeno digeribile visto che ho il difettuccio di essere un tantinello prolisso!
“Che paraculo!” direte voi. E un po’ avete ragione, parto col facile. Ma bisogna pur rompere il ghiaccio! Bando alle ciance però, ho già reso questa presentazione di questo inizio fin troppo lunga!
Però (ebbene sì, c’è un però!) serve ancora un piccolo dettaglio prima di partire per questo lungo viaggio (lungi da me citare Irene Grandi eh!): le 3 recensioni sono “postume”, ossia fatte guardando Il Signore degli Anelli oggi, alla luce dei tre film de Lo Hobbit e a distanza di oltre dieci anni dall’uscita de La Compagnia dell’Anello. Il dettaglio non è proprio un dettaglio dopotutto!
Ok. Prendete la vostra DeLorean, aprite la super portiera figa, sedevi comodi, impostate la destinazione e andate a 88 miglia orarie. Ora siete pronti!

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LA COMPAGNIA DELL’ANELLO

The Fellowship of the Ring-

Si torna al discorso sugli inizi. Jackson se lo sarà posto il problema di come iniziare, di come far entrare un pubblico in gran parte profano in un mondo unico come quello Tolkieniano. Indubbiamente aveva il gran vantaggio di avere una sostanziosa base da cui partire, per usare un eufemismo, ma è anche vero che non era facile. E lo scoglio si nota. Si vede che JacKson era alla prima esperienza con il mondo di Tolkien.
Comincia un po’ impacciato, lento e stenta a farti entrare davvero in quel mondo, cosa che, ad esempio, ne Lo Hobbit riesce sin dalle prime battute (forse anche per merito di quello straordinario dialogo sul “Buongiorno”). È una questione di regia, di gestione della sceneggiatura, di timing dell’introduzione. E a questo punto vorrei mettere in chiaro una cosa giusto per dividere sin dal principio le opinioni e i pareri degli aficionados dei libri dai fan dei film: io sposo quasi totalmente i tagli fatti dal buon vecchio Peter, non mi meravigliano affatto trattandosi di un film per il grande pubblico. Per quanto mi riguarda ciò che conta davvero è lo spirito dell’opera originale e a mio giudizio questo è un aspetto totalmente rispettato nella versione cinematografica e ancora di più nell’Extended Edition Director’s cut. Anzi, è proprio questo spirito della Terra di Mezzo che rende poi il tutto, una volta che si entra a pieno ritmo nella storia, piacevole e scorrevole, raccontando quasi “dall’interno” ciò che accade, come se quella che si sta guardando non sia una pellicola fantasy, ma un film storico, un docu-film di avvenimenti realmente accaduti. Le differenze contribuiscono in molti casi addirittura a “modernizzare” il film rispetto al libro, che sarebbe risultato sinceramente troppo pesante e a tratti “inverosimile” agli occhi di un pubblico medio se seguito pedissequamente.
Altro esempio è l’uso delle lingue tolkieniane, dosato nella giusta maniera, senza incorrere in esagerazioni da fan né in eliminazioni totali. Nella versione cinematografica si tagliano alcuni passaggi importanti e a tratti il montaggio sembra approssimativo, ma nella versione estesa tutti i nodi tornano al pettine e si scopre la quasi perfezione che sfugge nel comunque lungo film proiettato nelle sale.
Come detto, lo spirito dell’opera cartacea pervade l’intera pellicola e questo rende il film una full immersion nella Terra di mezzo. Tutto ciò contribuisce ad alzare il giudizio finale perché, se inizialmente si stenta ad entrare, alla fine non si vuole più uscire e quando un registra riesce a creare questo sentimento di abbandono alla fine del film significa che ha fatto il suo lavoro in modo magistrale. Allo stesso modo, quando lo spettatore non vuole abbandonare la pellicola significa che questa lo ha particolarmente preso e appassionato. Ed è il mio caso, ça va sans dire.
Addentrandoci in aspetti più tecnici, ricordiamoci che siamo nel 2001 e gli effetti speciali sono decisamente avanti per allora, cosa che fa capire il mega-budget come è stato speso. Il trucco è credo l’elemento di maggior rilievo (insieme alle musiche) dell’intero lavoro. La creazione così realistica di personaggi fino ad allora solo descritti con inchiostro nero su pagine bianche è frutto di un immenso lavoro e la dimostrazione che quando si produce un film tratto da un libro, qualunque esso sia, questo deve essere girato da un ammiratore del libro poiché solo in questo modo si possono raggiungere risultati apprezzabili, talvolta eccellenti come in questo caso ed evitare incredibili flop (solo per restare nel genere fantasy, vedi Eragon).
L’interpretazione degli attori contribuisce poi a questo processo di mitizzazione dei personaggi, con l’unica pecca di Gimli nelle scene di dolore a Moria in cui è davvero ridicolo. Il suo NO urlato alla vista dei corpi appena dentro le mura del regno nanico è a dir poco imbarazzante. Gandalf è impeccabile come sempre, ma da un Sir non ci si può aspettare nulla di diverso. Aragorn è il tipico uomo valoroso enigmatico e ombroso, orgoglioso e riluttante (diverso dal libro ma ben costruito) e credo sia superfluo continuare oltre in un elenco che sarebbe solo ripetitivo e positivo.
Come già accennato, le musiche sono di altissimo livello e Howard Shore svolge un lavoro che credo sarebbe stato apprezzato dallo stesso Tolkien, seppur notoriamente un gran pignolo. L’intreccio tra musica e azione contribuisce ad enfatizzare il carattere epico della storia, rendendo tangibile la tensione di alcune scene o la serenità di altre, o ancora il dolore di altre ancora. Laddove non arriva Jackson con la sua descrizione scenica giunge in supporto la musica di Shore che riesce a caratterizzare la situazione meglio di qualunque altro aspetto.
Insomma che dire, siamo di fronte ad una grande opera prima dell’Universo Tolkieniano, che ha pecche riscontrabili da un fan del libro nell’adattamento (o meglio, in alcune sue parti), ma che agli occhi di un semplice spettatore che non conosce la storia originale risulta una porta enorme su un mondo fantastico e affascinante, maestoso ed epico. Gli errori di inizio pellicola si pagano nella prima mezz’ora, ma poi svaniscono e si possono abbonare in sede di giudizio poiché comunque parte di un tutto ottimamente costruito.
Nel complesso La Compagnia dell’Anello è un film riuscito, degno primo capitolo di una trilogia di altissimo valore che merita di restare nella storia del cinema come uno dei migliori prodotti di questa straordinaria arte in grado di comunicare emozioni e insegnamenti molto più reali della finzione che rappresenta.

Voto: 9.

Me ne rendo conto, sta recensione magari è pesantuccia, perdonatemi. Ma oh! Se uno deve fa’ ‘na cosa la deve ‘fa bene no?!
Che volete farci, purtroppo (o per fortuna?) per me il cinema è una cosa seria!
Grazie per la pazienza di essere arrivati fin quaggiù, spero di rivedervi presto in questi lidi! Alla prossima!
Mi chiamerei Antonio, ma rispettiamo il clima Everpop, chiamatemi pure

Kid.

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Un pensiero su “Il Signore degli Anelli – La compagnia dell’anello *Perché un Trilogy è per sempre*

  1. Ho propinato La compagnia dell’anello a mia madre mentre aveva la febbre a 40°. Il risultato fu che lei ovviamente non capì nulla. Purtroppo non ho avuto modo di vedere nessuno dei tre al cinema e questa pecca mi perseguiterá per sempre.

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