BLOG TOUR: di Federica Caglioni

Salve a tutti Everamici! Nonostante sia a Milano, e non mi sarà tanto facile apparire così di continuo come faccio sempre, non potevo perdere l’occasione di partecipare all’avvincente Blog Tour di Federica (grande sostenitrice di questo blog, nonché ormai cara amica [On Rainy Days vi dice niente?]). E quindi per questo, oggi voglio parlarvi del suo libro, grazie a questa tappa del Blog Tour, che vi offrirà nientemeno che….L’ESTRATTO! SBAM PREPARATEVI EH!

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ALETHE’ di FEDERICA CAGLIONI

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Autore: Federica Caglioni

Titolo: Alethè

Editore: DuDag (ebook) / Il Mio Libro (cartaceo)

Genere: Urban Fantasy, Young Adult

Pubblicazione: Febbraio 2015 (ebook) / Luglio 2015 (cartaceo)

Pagine: 384 (ebook) / 322 (cartaceo)

Formato & prezzo: Ebook 1€ / Cartaceo 16,50€

Acquisto

ebook: http://www.dudag.com/scheda_libro.php?t=93

cartaceo: http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/fantascienza/178513/aleth/

Queste sono le info generali, ora però parliamo delle cose serie. Vi avverto, la trama potrebbe ammaliarvi, e non poco! Quindi SIETE STATI AVVISATI! XD VAMOS:

La Trama

Trasferirsi in un’altra città non è semplice ma Kelia deve farlo se vuole sapere qualcosa sui genitori che non ha mai conosciuto. Sa che, qualunque cosa scoprirà su di loro, la sua vita non sarà più la stessa. Ciò a cui non è preparata è l’imprevedibile piega che prende la sua vita. Sono coincidenze o forse c’è qualcosa dietro ai misteriosi oggetti che compaiono dal nulla e agli strani sogni che minacciano di accadere davvero? Kelia si trova davanti a una scelta difficile: credersi pazza oppure fidarsi di Alex, uno sconosciuto che dice di sapere la verità. Quando scopre che anche la sua famiglia è coinvolta, non può fare altro che accettare una realtà ben più complessa e pericolosa di quanto si sarebbe mai aspettata. Sarà costretta a scegliere da che parte stare, ma ogni decisione ha un prezzo e quello che lei dovrà pagare sarà ben più alto di quanto avesse mai immaginato.

L’Estratto

Il cielo grigio minaccia di rovesciare a terra una quantità di acqua considerevole nel giro di pochissimi istanti; l’asfalto della pista, già bagnato dal temporale di questa notte, non vedrà un raggio di sole per tutto il giorno e nemmeno io potrei lasciare tanto presto l’Irlanda se la perturbazione che ha fatto ritardare la partenza del mio volo non si decide a scivolare verso l’entroterra e a sgombrare l’aria dalla sua pesante cappa. L’hostess si ferma per la terza volta in quell’ora per chiedermi se voglio qualcosa e quando scuoto la testa, passa alla fila successiva; ho già comprato da bere e da mangiare, tutte e due le volte, perciò non mi sembra il caso di prendere dell’altro dal super rifornito carrello della compagnia dal trifoglio verde stampato in ogni angolo, dalla carlinga dell’aereo alle divise di chi ci lavorava.

Con un unico gesto abbasso il telo per coprire il finestrino, attirando su di me lo sguardo dell’uomo seduto al mio fianco. È grasso, tanto che le braccia faticano a trovare una posizione sugli esili braccioli del sedile, perennemente mosse su e giù, destra e sinistra, per cercare una combinazione che gli permetta di appoggiarsi, quasi come se dei fili invisibili di un burattinaio si divertono a tormentarlo, e indossa una maglietta bianca con stampato proprio all’altezza della pancia uno gnomo con la pentola d’oro, entrambi sformati. Vicino alla testa dell’omino è disegnata una nuvoletta con scritto “Sono il tuo tesoro”. Un pessimo souvenir, su cui un’invocazione a dimagrire sarebbe stata meglio.

«Prima volta?» sorride e le guance, sollevandosi insieme agli zigomi, riducono i suoi occhi a due fessure pressoché invisibili tra gli strati di ciccia.

«No. Troppa luce» il telefono mi vibra tra le mani. Chino la testa per controllarlo, ma soprattutto per troncare la conversazione. Sono di pessimo umore e l’ultima cosa che desidero fare in questo momento è chiacchierare del più e del meno con uno sconosciuto.

Telegrafica, rispondo a mio nonno che non sono ancora partita ma subito devo inviagli un altro messaggio, mentre la voce del comandante ci avverte che finalmente la perturbazione si è allontanata e che l’aereo sta per decollare.

La tanto agognata partenza è arrivata alla fine, molto più in fretta di quanto credessi e portando meno sollievo di quanto avessi desiderato. Mi sono immaginata di avvertire chissà quale cambiamento mentre lasciavo la mia città, i miei amici, mio nonno e tutto quello che ha fatto parte della mia vita, come se sentire il rollio sotto i piedi e il vuoto d’aria al momento del decollo mi avessero potuta liberare da quelle preoccupazioni e dai problemi che si erano fatti strada nella mia mente come un bulldozer incurante; invece restano tutti lì, anche se l’aereo prende velocità, anche se metro dopo metro mi allontana dal terminal accompagnata dal tonfo sordo delle ruote sull’asfalto rattoppato, anche se mi sento schiacciare contro il sedile da una mano gigantesca quando l’aereo si stacca dal suolo, con lo stomaco contratto e il respiro tirato. Rimangono lì fin quando, dopo aver raddrizzato l’aereo ed essere entrato in pieno nel banco di nubi, la voce distante del comandante non avverte che per un po’ ci saranno frequenti turbolenze. In fondo è il giusto coronamento di quei due mesi passati a litigare, a chiedere spiegazioni, a porre domande destinate a restare senza risposta e mi sembra anche il perfetto inizio di quella che deve essere la mia nuova vita; persino il clima me lo ricorda: non serve andarsene, i problemi restano. Eppure sono a bordo di un aereo, speranzosamente diretta verso una città grande un’innumerevole quantità di volte il paesino sperduto in mezzo alla campagna irlandese in cui ho trascorso l’infanzia. Non serve che qualcuno me lo ricordi, riesco da sola a capire che questi sforzi non porteranno da nessuna parte e che poi tornerò indietro con la coda tra le gambe, però voglio fare di testa mia per il semplice fatto che la persona che mi ha cresciuta mi ha sistematicamente mentito per diciassette anni. E, giusto se non bastasse questo a farmela odiare, ha deciso di esserne sicura al cento per cento assecondando la sua poco brillante idea di raccontarmi tutto il giorno del mio compleanno nel modo più inappropriato che ha potuto trovare: svegliata di buon’ora, mio nonno mi ha trascinata da un avvocato in un ufficio nel centro di Dublino e ha lasciato che fosse un manichino abbronzato dalla testa ai piedi a raccontarmi quello che lui non ha avuto il coraggio di dire, cioè che i miei genitori, morti quando ero piccola a un anno l’uno dall’altro, mi hanno lasciato una casa e che si sono preoccupati del mio futuro ancora prima della mia nascita. È stato quello a farmi innervosire e a spingermi a contestare ciò che mio nonno Alfred ha cercato di imporre come verità assoluta, anche perché, per quanto mi riguarda, ha perso tutta la sua credibilità non appena l’avvocato ha smesso di parlare, in quella mattina di metà febbraio che sembra lontana secoli o millenni.

L’aereo sobbalza vistosamente e il braccio dell’uomo accanto a me scivola dal bracciolo. Curiosamente, quell’improvviso vuoto d’aria mi ricorda la buca che Alfred ha centrato nel tornare a casa da Dublino e che ci ha costretti a cambiare la ruota sotto un diluvio senza eguali. Per tutta la strada non abbiamo fatto altro che litigare (io lo aggredivo e lo accusavo di essere un bugiardo mentre lui mi rimproverava di essere una bambina incapace di crescere e capire che lo aveva fatto per il mio bene) e quando ci siamo ritrovati tutti e due sotto l’acqua, bagnati fradici perché l’ombrello non era abbastanza largo per riparare contemporaneamente noi e la ruota, con l’auto incastrata in venti centimetri di acqua fangosa e la lite che andava avanti come non mai, ho capito che sarebbe andata sempre peggio. Era come un formicolio alla base del collo, identico alla sensazione di sentirmi osservata, che mi ha fatto pensare agli svariati modi in cui la situazione poteva precipitare e sotto quell’acqua torrenziale, con Alfred che mi rimproverava di essere la causa della sterzata che aveva fatto finire l’auto in quella buca («Se non ti fossi allargata per togliere quel cd» aveva urlato estraendo il cric dal bagagliaio), ho avuto la certezza che presto sarebbe bastato un qualunque pretesto per far degenerare la precaria situazione. Da quel momento in poi, infatti, ci siamo infilati in una discesa libera verso chi sfoderava l’offesa più cattiva o più infima. Tutte le volte ho avuto io l’onore della vittoria perché Alfred non è mai riuscito a superare quello che per lui è l’insulto peggiore che può rivolgermi: “Tua madre si vergognerebbe di te”. Non è poi questa gran cosa; mia madre è morta e non può saperne nulla, né di me né di tutto quello, anche se lui si ostina a ripetere che non è assolutamente vero, che è rimasta al nostro fianco e che mi vede in ogni istante.

È anche per quello che ho scelto di andarmene, che ho insistito affinché zia Margaret, sua sorella, diventasse mia tutrice con Alfred; abita con la figlia Rose nella stessa città dove i miei genitori hanno comprato casa e andando a vivere con loro forse potrei iniziare a capire chi erano Edward e Sophie Walsh, un padre e una madre che per me sono sempre stati solo un nome e un cognome. Se non fosse stato per Margaret non avrei mai avuto il permesso di lasciare l’Irlanda e avrei continuato a discutere con mio nonno fino a che non fossi diventata maggiorenne e avessi potuto viaggiare a mio piacimento senza correre il rischio di finire nei guai; è stata lei a intercedere, così mi ha detto dopo aver parlato con Alfred, per fare in modo che si decidesse a firmare le carte per l’affidamento condiviso e a mandarmi oltreoceano per far sbollire la situazione e darmi la possibilità di cercare informazioni suoi miei genitori.

Il patto prevede la mia totale sincerità nei suoi confronti e se non dovessi trovare quello che cerco, me ne tornerò a casa alla fine dell’anno scolastico. In cuor mio spero di non doverlo fare ma dalla stretta allo stomaco e dal forte senso di nausea, aggravati dai frequenti vuoti d’aria ma scatenati dalla sensazione che mi avverte di aver commesso il più grande degli errori («Alfred ha sempre avuto ragione» dice una voce stridula dai recessi più lontani della mia mente «Le sue bugie ti hanno salvata. Non saresti dovuta partire»), capisco che a luglio mi troverò su un aereo simile, solo in direzione opposta.

Questa voce però qualcosa di giusto lo dice: Alfred è un bugiardo e nemmeno la migliore delle intenzioni lo può scagionare dai diciassette anni passati a negare che i miei genitori avessero fatto qualcosa per me o che mi avessero lasciato qualcosa che potesse ricordarmi di loro. È inspiegabile la sua condotta, il suo modo di agire sempre rivolto a screditare i miei genitori; no, solo mio padre è stato oggetto delle sue critiche perché mai e poi mai avrebbe osato macchiare la memoria della sua povera Sophie. Peccato che non avesse nemmeno idea di dove fosse stata sepolta sua figlia e di certo mio padre lo ha tenuto all’oscuro di tutto perché Alfred si è comportato in modo tale da meritarsi un simile trattamento. In fondo non è difficile da credere, visto quello che mi ha urlato contro ieri sera. Gli occhi mi pizzicano di nuovo; non sono riuscita nemmeno questa volta a fingere che non mi importi assolutamente nulla della sua maledettissima opinione e sapere che non mi ritiene in grado di badare a me stessa in una città così grande non solo mi ferisce nel profondo, ma mi fa venire voglia di dimostrargli a qualunque costo quanto si sbaglia. Mi ha cresciuta lui, mi ha insegnato quello che so e se dubita a tal punto di me deve farsi un profondo esame di coscienza.

Con la stessa foga con cui l’ho abbassato, rialzo il copri-finestrino e vi avvicino il libro fingendo di leggere, giusto per essere chiara con l’altro passeggero della mia fila che non gradisco fare conversazione, nonostante si giri continuamente a guardarmi per trovare una qualunque scusa che lo autorizzi ad attaccare bottone. Perché mai mio nonno non si comporta come quelli delle mie amiche? Gli costa così tanta fatica non fare la parte del padre, nonostante gli abbia detto che non ne è in grado? Ad essere onesta, non mi sarei mai dovuta permettere di rinfacciargli una cosa simile ma non capisco perché insista così tanto quando è ovvio che prima o poi ottengo quello che voglio. Anche il mio trovarmi su quest’aereo ne è una prova inconfutabile e nulla toglie l’intercessione di Margaret: alla fine ha ceduto lui.

Un cerchietto giallognolo compare a malapena in mezzo all’orizzonte mentre l’aereo gira leggermente, oscurato da una patina grigia e densa di nuvole. Quella di  ieri è stata una delle litigate peggiori che avessimo mai fatto da quando tutto questo è iniziato. Dopo cena ci siamo ritrovati in salotto, lui seduto sulla poltrona a guardare una noiosissima partita di hurling dell’anno scorso, io rintanata in un angolo del divano con il pc sulle ginocchia, quando all’improvviso ho avuto la brillante idea di dirgli che mi sarei trovata un lavoro se mai avessi avuto bisogno di soldi extra; Alfred non ha reagito come mi aspettavo (nella mia mente credevo che avrebbe appoggiato la mia voglia di indipendenza fin da subito) e ha iniziato a criticare la mia superficialità dandomi dell’inesperta, dicendo che nessuno mi avrebbe mai assunta con quella crisi e che avrei finito per restare senza un soldo nel giro di poco tempo. Si è acceso molte sigarette e il sole in mezzo al banco di nubi me le ricorda tutte, dalla prima all’ultima, insieme alle parole crudeli che ci siamo rivolti a vicenda.

Mio nonno ha detestato l’idea del viaggio sin dal principio e adesso mi rendo conto che ha raggiunto il suo scopo: finché non arriverò, questi dubbi e il risentimento continueranno a tormentarmi, a crearmi il malessere che mi da le vertigini e mi chiude lo stomaco come una tenaglia. Sono divisa in due me contrapposte, in lotta tra loro per avere la meglio sull’altra, senza sapere quale vincerà o se finirà tutto nell’arco di un volo aereo tra il vecchio e il nuovo continente. Un forte rumore si alza dal sedile al mio fianco e voltando la testa, scorgo l’uomo grasso dormire profondamente dopo nemmeno due ore dalla partenza, russa pure; lo gnomo e la pentola d’oro stampati sulla maglietta si muovono su e giù con tranquillità e con il sedile reclinato all’indietro si vede meglio anche quello che c’è scritto nella nuvoletta bianca: quasi in tono malevolo, il membro del piccolo popolo gli chiede “Dimagrisci se mi vuoi bene”. Strano, avrei giurato ci fosse scritto qualcos’altro


Lo so, lo so, dopo quest’estratto la vostra voglia di leggerlo è schizzata sempre più su. Be’ che state aspettando? Correte ad acquistarlo no? Detto questo…Faccio i miei più cari auguri a Fede, ma soprattutto invito tutti voi a farmi sapere la vostra post lettura!

Alethèmente presente, vi saluto e vi do appuntamento al prossimo post! See you soon. -Lewis

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